The Americans

Venerdì rischiava di finire davvero male. Poi, come nei film americani, è arrivata la telefonata dal Dipartimento di Giustizia che annullava l’esecuzione e il condannato Deutsche Bank si salvava: solo 5 miliardi invece della sedia elettrica rappresentata dai 14 miliardi chiesti inizialmente.

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Oggi si ricomincia. Otto anni fa la prima settimana di ottobre fu quella della carneficina di banche e titoli finanziari americani, con lo $&P 500 sotto di oltre il 20% in sole 5 sedute. Ora non dovrebbe succedere niente del genere, Deutsche non è Lehman, non ha un problema di liquidità perché comunque c’è la BCE, ma ha problemi strutturali che dovrà col tempo sistemare, con o senza l’aiuto dello Stato. Per fortuna ha un CEO britannico che si capisce con le controparti di Londra, Washington e New York se non altro perché parla la stessa lingua. Ma come si è arrivati a un terremoto finanziario con epicentro Francoforte, la piazza finanziaria che dovrebbe prendere il posto di Londra dopo la Brexit? Cerchiamo di capirci qualcosa partendo proprio dalla notte tra il 23 e il 24 giugno quando a sorpresa dalla conta dei voti uscì la vittoria del "Leave" dall’Europa. 

A Berlino e a Bruxelles si pensò che i britannici avessero deciso di suicidarsi, e quei furbacchioni di Juncker e Merkel, una specie di Gatto e la Volpe con Hollande nella parte di Pinocchio, pensarono subito di aver vinto un’inaspettata lotteria e cominciarono a sognare di come dividersi l'eredità del defunto, a cominciare dal tesoro costituito dalla piazza finanziaria più grande e importante del mondo (tutt'oggi, nella classifica più recente, Londra è ancora davanti a New York, che è seguita da Singapore e Hong Kong). Perfino Milano pensa di poter raccogliere qualche briciola dallo smantellamento prossimo venturo della City. Inebriato dal nuovo senso di potere, Jean-Claude Junker (che gli inglesi chiamano affettuosamente ‘the drunker’) qualche giorno dopo la Brexit invitò addirittura pubblicamente i giornalisti a imparare il tedesco, la ‘nuova lingua ufficiale’ dell’Unione. 

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Invece la lotteria l’avevano vinta i britannici. Prima di tutto perché con il referendum si liberavano non solo dei lacci e lacciuoli di Bruxelles, ma anche di David Cameron, il più disastroso primo ministro, forse insieme a Gordon Brown, che abbia abitato a Downing Street dai tempi di Anthony Eden, quello che con la crisi di Suez fece perdere alla Gran Bretagna l’egemonia in Medio Oriente. E poi perché con il passare delle settimane si è visto chiaramente che la Brexit era un disastro sì, ma per l’Europa ormai a incontrastata egemonia tedesca. Per ora non c’è stato nessun esodo delle grandi banche globali da Londra, che tra parentesi sono tutte americane, parlano tutte inglese e con gli usi e costumi britannici si trovano benissimo. Tutte americane almeno nei business che ancora rendono quattrini nell’ormai difficilissimo mestiere del credito: l’investment banking e l’asset management. 

Così come americani sono tutti i più importanti hedge fund del mondo, quelli che giovedì scorso a Wall Street hanno affondato Deutsche facendo sapere via Bloomberg che stavano smontando le posizioni sui derivati detenute nella banca tedesca, che è uno specialista nel settore. "Ci sono forze nel mercato che stanno cercando di minare la fiducia nella nostra banca", si è lamentato senza fare nomi John Cryan. Deutsche non è sola, anche Commerzbank ha i suoi guai, alle prese con licenziamenti per il 20% della forza lavoro e un drastico ridimensionamento della struttura. Per le due prime, di gran lunga, banche del paese che dovrebbe prendere il posto della gran Bretagna come centro finanziario globale, non è male. Il problema è che queste due banche “sono” la finanza tedesca, mentre la finanza di Londra è fatta di nomi come Goldman Sachs, JP Morgan, Morgan Stanley, Citi, Bank of America, che macinano più soldi su suolo britannico che a Wall Street. 

È vero che Deutsche è rimasta la sola a tenere alta la bandiera europea nell’investment banking, dove detiene la sesta posizione dopo le top 5 americane, mentre gli altri grandi europei come SocGen e BNP Paribas si sono quasi ritirati da questo business. Ma forse è proprio questo il problema. Anche perché per le grandi banche americane la crisi dei subprime è ormai un capitolo chiuso, hanno pagato quello che dovevano e sono ripartite. Per le tedesche no, come mostra il caso di Deutsche ancora alle prese con il Dipartimento di Giustizia USA proprio per i subprime di quasi 10 anni fa. Il sistema legale e regolatorio messo faticosamente in piedi in Europa per far fronte alle crisi bancarie, dalle risoluzioni al bail in, ha mostrato di essere difficilmente applicabile perfino a realtà molto piccole in Italia. Figuriamoci se i colossi americani del credito hanno voglia di andarsi a insediare a Francoforte! Casomai vanno a cercare occasioni, come sembra stia facendo al Monte dei Paschi Jamie Dimon con la sua JP Morgan, dove le situazioni sono diventate particolarmente difficili proprio a causa del non funzionamento dell’armamentario europeo in materia. 

Ma il caso Deutsche è stato anche e soprattutto l’ultimo test della straordinaria incapacità di maneggiare le crisi di Angela Merkel. L'Angela ha sentito il bisogno di far sapere al mondo (ma soprattutto al suo elettorato) che non aveva intenzione di salvare la banca. Questo poche settimane dopo che il FMI l’aveva definita il maggior potenziale rischio sistemico del credito globale. Avrebbe dovuto usare le parole di Draghi nel 2012: faremo “whatever it takes”. Di fronte al suo tirarsi indietro ovviamente i mercati si sono scatenati. Se il governo di Berlino è indifferente al destino del suo principale asset finanziario, cosa altro dovevano fare se non vendere DB insieme a tutto il settore bancario europeo? Ha lasciato che il caso Grecia, risolvibile con una manciata di miliardi nel 2010, diventasse una crisi del debito che ha rischiato di far saltare l’euro. Ha invogliato l’Ucraina a entrare nella UE portandola alla guerra civile e dando a Putin la scusa per prendersi la Crimea. Ha aperto le frontiere (degli altri) a milioni di migranti per poi tirarsi indietro, scatenando un’altra crisi che è stata tra le cause principali della Brexit. Sempre con Juncker (the drunker) a reggerle la coda e Hollande che annuisce facendo finta di capire il tedesco. 

Bottom line. Alla fine Deutsche l’hanno salvata gli americani. Ma con una mossa che fa capire che hanno in mano loro il destino del sistema bancario europeo. E non solo. E pensare che sono alle prese con le elezioni più pazze e difficili di sempre e hanno una Federal Reserve che ha speso praticamente tutto il suo capitale di credibilità senza raggiungere i suoi obiettivi. Ma sono sempre americani. E c’è da scommettere che il primo numero che chiamerà in Europa il prossimo presidente americano, sia esso Trump o la Clinton, sarà quello di Theresa May. 

(fonte FinanciaLounge Weekly Bulletin - www.financiallounge.com)