Dio salvi la regina, e noi dai tassi zero

Finalmente sta per sciogliersi il nodo Brexit-Bremain dopo che i politici e i banchieri centrali europei hanno fatto di tutto per terrorizzare le opinioni pubbliche e soprattutto i mercati con scenari apocalittici. Ma il compito dei governi e delle autorità finanziarie non dovrebbe essere quello di governare? Vale a dire mandare alle opinioni pubbliche e ai mercati messaggi di sicurezza, tipo ci siamo qua noi, abbiamo la situazione sotto controllo, lasciamo che il popolo britannico voti liberamente come è suo diritto e poi prenderemo tempestivamente le decisioni appropriate. Invece hanno panicato sperando di contagiare gli elettori per ottenere il risultato che sembrava per loro il più conveniente. Meno male che tra quattro giorni archiviamo la pratica, comunque vada andrà meglio di come è andata negli ultimi tre mesi. E se vince la Brexit i britannici avranno sicuramente un bonus, quello di liberarsi del peggior primo ministro da generazioni.

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Un rapido sguardo all’Italia dopo il voto di ieri prima di passare al vero problema che incombe sui mercati e sulle economie dei paesi sviluppati. Renzi si salva portando a casa il sindaco di Milano mentre i grillini trionfano a Roma, come e più del previsto, mandano in Europa un messaggio anti-establishment e anti-euro. Ma il premier evita la debacle e può continuare a puntare sul referendum di ottobre, anche se i tre mesi e mezzo che mancano saranno un Vietnam.


E ora veniamo a noi e al dramma dei tassi zero o sotto. Altro che Brexit! Qui ci stiamo giocando il futuro. Partiamo dagli Stati Uniti. Da sette anni l’economia cresce a un passo decente anche se non esaltante, l’inflazione core viaggia abbastanza stabilmente intorno al due per cento se non sopra, la disoccupazione è al cinque per cento, e il rendimento del T-bond a trent’anni è al 2,3 per cento, quello a 10 all’1,6. Vuol dire che sulla distanza di una generazione ripaga appena l’inflazione attuale senza alcun premio aggiuntivo, e su 10 anni neppure quello. I rendimenti sui Fed fund ripagano tra 1/4 e 1/8 l’inflazione. 

 

Un non senso. Soprattutto se si tiene conto dell’importanza in America del rendimento del titolo del tesoro a 10 anni, il benchmark assoluto per l’economia e per il clima degli investimenti. Soprattutto nell’edilizia e nel mercato immobiliare il rendimento del decennale è la pietra di paragone su cui l’investitore si misura per calcolare il possibile ritorno. È l’impiego più sicuro che esista, quindi se sono un investitore e voglio prendermi un rischio, mi aspetto, se mi va bene, un ritorno che paghi un premio rispetto al decennale. Diciamo il doppio, o magari tre volte? Se il rendimento fosse intorno al 5% le mie attese sarebbero tra il 10 e il 15%, abbastanza per prendermi il rischio. Ma se è poco sopra l’1,5 vuol dire che al massimo il rischio mi ripaga meno del 5%. Quindi non vale la pena. Niente premio per il rischio, niente investimento. E l’economia cresce a passo di lumaca invece di correre.


I tassi zero sono stati inventati da Ben Bernanke e dall’economista Paul Krugman convinti che non bisognava ripetere l’errore degli anni 30, quando un rialzo troppo precipitoso soffocò la ripresa nascente e prolungò di 10 anni la Grande Depressione. Ma i due casi erano profondamente diversi, la crisi del 2008 è stata essenzialmente una crisi di liquidità, quella del 29 di insolvenza. Il QE è stata la risposta giusta nel primo caso, non certo i tassi a zero per quasi un decennio. Già nel 2009 l’economia americana era uscita dalla recessione e Wall Street, dopo aver perso in pochi mesi metà del suo valore, ha recuperato rapidamente i massimi pre-crisi per poi addirittura superarli, mentre tra il 29 e il 32 aveva perso nove decimi del suo valore ed era riuscita a tornare ai livelli precedenti il crac solo quasi trent’anni dopo. 

 

L’Europa è un caso diverso, la crisi è arrivata dopo e più violenta, con in più la deflazione che in USA non c’è stata. Anche qui il QE di Draghi è stata la risposta giusta, ma non i tassi negativi, un’assurdità che distrugge ricchezza. E che incoraggia le aspettative deflazionistiche. Il Giappone è un caso a se. Convive con la caduta dei prezzi da quasi trent’anni, ha un debito pubblico che punta al 300 per cento del PIL, la Borsa di Tokyo è tenuta su dagli acquisti della Banca Centrale, eppure ha la moneta più forte del pianeta, nonostante gli sforzi immani delle autorità per farla scendere. È un sistema unico, tenuto insieme dalla disciplina, dalla fiducia e dai risparmi dei giapponesi. Ma non può essere un modello per nessuno.


Bottom line. L’economia americana resterà per altri sei mesi senza guida politica, con il timone in mano a una Fed la cui prima preoccupazione sembra quella di non venir accusata di aver commesso degli errori. Quindi forse toccherà al mercato correggere la rotta e uscire dall’impasse di tassi troppo bassi che gonfiano i prezzi degli asset senza un dinamismo sufficiente a giustificarlo da parte dell’economia reale sottostante. Siamo in un equilibrio innaturale che non può durare. Quello che si può abbastanza facilmente prevedere è che più a lungo dura, più sarà brusco l’aggiustamento. Il mercato non conosce mezze misure e non anticipa i suoi momenti con comunicati in cui si pesano anche le virgole e si mandano messaggi in codice.


PS. La copertina del germanico Spiegel sta diventando una specie di ordine di servizio settimanale con cui Berlino recapita al mondo la lista delle cose da fare: dopo l’implorazione ai britannici di restare in Europa di sabato 11 giugno, l’altro ieri più perentoriamente dice agli americani che devono votare Hillary Clinton perché ha una missione da compiere: salvare il mondo da Trump. Ma una copertina sulla missione della Germania, tipo “salvare l’Europa da Berlino e da Bruxelles”, quella no?

(fonte: Weekly Bulletin FinanciaLounge - www.financialounge.com)