I timori politici non scompongono i mercati

L’economia globale sta gettando le basi per un primo trimestre del 2017 in accelerazione, trainata da un’America in salute. L’avversione al rischio resta minima nonostante i timori politici. 

Febbraio conferma la buona partenza del 2017 con i dati macro che indicano un trascinamento nel nuovo anno della chiusura positiva del 2016, confermata anche dal Giappone che chiude il quarto trimestre consecutivo con il segno più davanti al PIL. Il principale indicatore anticipatore, l’indice PMI, a febbraio si è cifrato a 56,0 da 54,4 di gennaio ai massimi da quasi 6 anni grazie soprattutto alla Germania. In USA l’attività manifatturiera ha accelerato per il quinto mese consecutivo grazie a ordini e produzione robusti. Dai mercati emergenti non sono emersi nuovi elementi di tensione politico-economica. 

I due principali fattori positivi sono un andamento solido dei consumi americani e un forte recupero della fiducia nell’economia sia in Usa che nell’Eurozona. In America gli acquisti viaggiano allo 0,5% mensile, sostenuti da auto e servizi con la ducia vicina ai massimi di 13 anni toccati a gennaio. Nell’Eurozona sale ai massimi da 6 anni con l’indice IFO in accelerazione di 9 punti ai massimi dal 2015 mentre in Germania è al top da oltre 5 anni. Che l’economia europea sia avviata sul cammino della ripresa lo confermano anche i dati della bilancia commerciale, che registra un surplus record, ovviamente grazie alla Germania. 

Ma in Europa si fanno sentire anche le preoccupazioni politiche. I sondaggi che danno in testa Marine Le Pen al primo turno delle presidenziali francesi di aprile hanno indotto qualche tensione sullo spread italiano e francese, con gli investitori che hanno rallentato gli acquisti di azioni cercando rifugio nel Bund tedesco e nel T-bond americano. Niente comunque di paragonabile alla crisi del debito europeo del 2011-12: l’avversione al rischio resta minima

La ripresa dell’inflazione non mette in discussione più di tanto il QE di Draghi. Nell’Eurozona i prezzi viaggiano all’1,8% a gennaio ai massimi da quattro anni ma il tasso core, che la Bce vuol vedere vicino al 2%, resta fermo allo 0,9%, anche se in Germania i prezzi all’ingrosso sono ai massimi dal 2011 al 4%. Ma i tedeschi non premono più di tanto sulla Bce perché allenti lo stimolo monetario, con il capo della Buba Weidmann che concede tempo, forse per non aggiungere benzina ai timori politici, e dice che per chiudere il rubinetto c’è tempo. 

L’Italia si conferma fuori dal tunnel: l’economia molto lentamente cresce, l’in azione dà timidi segni di risveglio, le banche non sono più una bomba pronta a esplodere. Ognuna ha la sua storia e va per la sua strada, Unicredit porta a casa con successo il suo maxi-aumento, MPS e le venete continuano le loro tribolazioni. Ma la crescita resta molto debole rispetto al resto d’Europa, sia il 2017 che il 2018 sono visti sotto l’1% e dalla politica vengono segnali di confusione con il ministro Padoan che comincia a spazientirsi, stanco di difendere l’indifendibile ritardo sulle riforme a Bruxelles. 

Anche a marzo gli occhi degli investitori restano puntati sulla Casa Bianca. Trump vuol portare il Pil al 3-3,5% l’anno dal 2% dell’ultimo decennio. Dalla sua ha ancora la ducia dei mercati, anche se a Wall Street il ‘Trump trade’ si è preso una pausa nell’ultimo scorcio di febbraio, e quella della corporate America: secondo una survey di JP Morgan il 76% delle imprese USA con ricavi tra 20 e 500 milioni di dollari crede che avrà un effetto positivo sul business e gli executive ottimisti sono raddoppiati. E assumono: a gennaio sono stati creati 227.000 posti di lavoro dai 157.000 di dicembre. 

Il cruscotto dei mercati

• Febbraio è stato un mese molto positivo per i mercati azionari per effetto del miglioramento delle aspettative sulla crescita economica e sull’in azione. Gli indici di Wall Street (S&500 e Dow Jones Industrial average) hanno registrato nuovi record e trainato le Borse di tutto il mondo a cominciare da quelle dei paesi emergenti (+4,7%) che sembrano, almeno per il momento, non preoccuparsi delle possibili mosse dell’amministrazione Trump in tema di de- globalizzazione: bene anche la zona euro (+2,5%) mentre Piazza Affari (+1,9%) ha comunque continuato a soffrire le dif coltà del settore bancario (-2,8% nel mese). 

• L’aumento dei tassi del mercato obbligazionario ha limitato i guadagni dei titoli di stato (i cui prezzi si muovono in direzione opposta ai rendimenti): bene i Treasury USA (+2,2%) grazie al dollaro forte, e i bund tedeschi (+1,6%), acquistati in modo massiccio sulla scia delle preoccupazioni politiche in Europa. 

• L’oro è tornato a splendere (+5,5%) nel mese mentre il petrolio Brent ha recuperato parte delle perdite di gennaio sebbene la sua perfomance da inizio anno resti in territorio negativo (-3,2%). 

•L’euro ha sofferto le preoccupazioni politiche (a partire dall’esito delle prossime elezioni francesi) e tutte le principali monete estere si sono rivalutate, dallo yen (+2,3%) al dollaro (+1,7%), dalla sterlina (+0,6%) al franco svizzero (+0,2%). 

(fonte: Easy Watch by FinanciaLounge febbraio 2017)