La sfida e il rischio

La scorsa settimana a mercati chiusi Trump recita davanti al Congresso il più “presidenziale” dei suoi discorsi. Il giorno dopo Wall Street ingrana la quarta con il Dow Jones che rompe 21.000 per la prima volta nella storia. The Donald twitta orgoglioso: dal giorno delle elezioni la Borsa ha “creato” 3,2 trilioni di dollari e la fiducia è ai massimi di 15 anni.

E non conta i miliardi che stanno per aggiungersi con l’IPO col botto di Snap, la casa madre di Snapchat. Ma le prime pagine dei due maggiori giornali finanziari di giovedì non gli danno soddisfazione: per il FT Wall Street vola perché scommette sul rialzo dei tassi della Fed, per il WSJ la pietra miliare del Dow è dovuta ai dati sull’inflazione in ripresa. Settimana scorsa abbiamo scritto che andrebbe messa da parte l’avversione al rischio e sfoderata l’avversione alle parole (di giornali e tv) che ci raccontano una storia diversa dalla realtà. Confermiamo. Non c’è niente da fare, da un anno a questa parte ai mercati piace il cambiamento, e lo premiano, fregandosene altamente se i media, i think thank e i guru raccontano una storia diversa.

Prendiamo le banche italiane. Ci hanno spiegato in tutti i modi che le sofferenze sono un problema ma lo sono anche i derivati delle grandi banche del Nord Europa, che i NPL non vanno svenduti allo straniero ma vanno prezzati giustamente, che siamo finiti nella trappola europea del bail-in come degli allocchi, etc. etc. C’è un signore che questo storytelling non se l’è bevuto, si chiama Mustier, oltre che il banker in vita sua ha fatto anche il parà, e da quando gli hanno messo in mano il timone di Unicredit è andato in direzione opposta rispetto alle analisi di cui sopra, i NPL li ha fatti fuori quasi tutti al prezzo che il mercato era disposto a pagare, e ora sono al 6% degli impieghi contro il 17,5% di media nazionale secondo l’ultima stima del FMI, ha venduto asset anche di pregio, come Pioneer, e ha fatto un aumento di capitale da 13 miliardi. Risultato, nella prima settimana dopo l’aumento, quella che si è chiusa venerdì scorso, Unicredit ha fatto più 15%. Ha cambiato registro, ci è andato giù con l’ascia dopo anni di tentennamenti (anche in tema di governance come mostra qualche uscita eccellente delle ultime ore), e il mercato ha premiato il coraggio e la determinazione a voltare pagina una volta per tutte.

Potrebbe spingersi a premiare perfino una vittoria di Marine Le Pen alle presidenziali francesi di inizio maggio? Sarebbe sicuramente un cambiamento molto grosso. Ma, dopo la Brexit, potrebbe forse anche essere lo shock che costringe Bruxelles e Berlino ad accettare il fatto che i trattati, da Maastricht a Schengen, vanno messi in un cassetto e riscritti, che Juncker deve andare a casa e che l’Europa va rifondata a partire dalla sicurezza e dalla difesa. La difesa sarà una chiave dei prossimi mesi e anni. Trump aumenta di 50 e passa miliardi di dollari la spesa per la difesa, Xi da Pechino risponde con un aumento del 7%, da 135 a 150 miliardi di dollari. Di Putin non si sanno i numeri, ma non serve saperli per capire dove vanno tutti i dollari incassati con il petrolio e il gas. Trump non solo aumenta la spesa militare, ma si prepara a ridurre il suo contributo alla NATO, se i partner europei, a cominciare dalla Germania, non allargano i cordoni della Borsa. Il 14 marzo riceve la Merkel alla Casa Bianca, e c’è da scommettere che il tema difesa sarà in cima all’agenda.

Premiare il cambiamento vuol dire prendersi il rischio. Se lo sono preso gli investitori che hanno premiato l’IPO di Snap con un aumento del titolo di oltre il 44% nel primo giorno di quotazione dopo l’IPO. Snap è la parent company di Snapchat, il social media “asociale” che piace ai millennials. Non fa utili e non dice neanche quando prevede di cominciare a farli. E il mercato la valuta 34 miliardi di dollari, con multipli che sono multipli di quelli di Google o Amazon. Cosa ha comprato il mercato a 17 dollari ad azione che sono diventati quasi 25 dopo un solo giorno di scambi? Ha comprato futuro, come faceva alla fine degli anni 90 in piena bolla della new economy. Ci risiamo? Calma. Anche se fosse una replica sembrerebbe l’inizio, non la fine di un ciclo. Il debutto col botto di Snap ci dice anche un’altra cosa. Ci dice che il mercato vede il valore nell’high-tech che riesce a creare grandi basi di utenti in poco tempo, ma anche che è più diffidente nei confronti dell’high-tech che punta su nuovi modelli di business, come Uber e Airbnb nella sharing economy o le tante società nate nell’universo di Internet of Things. Gli unicorni per ora restano in panchina. Internet torna alle origini, alla capacità di creare comunità di centinaia di milioni di persone.

Bottom line. Il mercato continua a vedere il bicchiere mezzo pieno di economie in accelerazione, a partire da quella americana, di imprese che sono pronte a ripartire dopo aver fatto ordine in casa, o di nuove imprese che si lanciano verso il futuro. E continua a ignorare il bicchiere mezzo vuoto dove aleggiano i rischi di catastrofi presunte generate dal protezionismo e dal populismo impersonate dal faccione di Trump cui potrebbe aggiungersi quello della Le Pen.

La reazione positiva di borse e dollaro al nuovo quadro sembra giustificata. L’impasse politica che sembrava profilarsi in America avrebbe giustificato un consolidamento delle borse che però ora è rinviato a data da destinarsi. I mercati a un certo punto si fermeranno, ma se in Francia non ci saranno sorprese non ci sarà bisogno di correzioni significative. L’atteggiamento continuerà ad essere di attesa fiduciosa.

(fonte FinanciaLounge Weekly Bulletin)